Organizzazione Sanitaria - n.4 - Ott-Dic - 2010

2. Il consenso informato nel rapporto medico-paziente, con particolare riferimento ai suoi aspetti peculiari in campo geriatrico

Rodolfo Gentilini, Astrid Mercone, Nicola Nante

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La relazione medico-paziente ha avuto, nel corso degli ultimi decenni, una radicale trasformazione che ha portato ad una sempre minore dipendenza di chi si sottopone a trattamenti terapeutici, ancorché sia da ritenere che non si potrà mai giungere a un rapporto del tutto paritario.
Una tradizione filosofica di stampo ippocratico - tenacemente sopravvissuta fino ai giorni nostri - ha costantemente attribuito al medico un ruolo autolegittimante, dal quale, nonostante il mutare nel tempo delle condizioni socio-culturali, la pratica medica è stata fortemente influenzata.
In tale contesto la salute era vista come uno stato di conformità alla natura, pregiudicato dalla malattia che, in disarmonia con la natura stessa, provocava un’infermità fisica, mentale e morale nella quale la medicina doveva inserirsi ed intervenire al fine di ripristinare quell’ordine naturale che era stato compromesso dalla malattia.
La relazione medico-paziente non poteva avere, così, carattere paritario: il medico, unico depositario della scienza e della conoscenza, si poneva come il solo in grado di restituire al paziente lo stato di salute compromesso dalla malattia, ossia di decidere quale fosse l’intervento necessario per il suo bene.
Dal canto suo, il paziente, relegato in una condizione di inferiorità, accentuata sul piano psicologico dallo stato di malattia, non poteva che affidarsi fiducioso all’uomo di scienza. Il medico veniva così ad essere investito dI una sorta di potere-dovere di decidere al suo posto, vincolato soltanto dal precetto deontologico dell’agire in scienza e coscienza, nonché dalla morale religiosa dominante; né era tenuto a giustificare il proprio operato, nell’indiscusso e indiscutibile presupposto che ogni suo atto fosse comunque ispirato e rivolto alla tutela della salute del paziente e della sua stessa vita.
Questa concezione della medicina, che vedeva nel paziente non la persona ma un mero “portatore di infermità”, è perdurata per buona parte del novecento, anche per effetto della parcellizzazione specialistica della pratica medica, dell’ampliamento delle possibilità diagnostiche e della crescente burocratizzazione dei servizi sanitari.

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